Il Pnrr sta per finire, tante modifiche tra ritardi e opacità

di Franco Mostacci
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 29 giugno 2026

Dopo 5 anni, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (194 miliardi di euro, di cui 124,5 sotto forma di prestiti da rimborsare e quasi 70 di sovvenzioni) è giunto in dirittura d’arrivo, con gli ultimi 35 traguardi e 124 obiettivi da raggiungere entro il 30 giugno 2026.

Nei successivi due mesi ci sarà tempo per completare i lavori ed effettuare i relativi pagamenti così da poter incassare la decima e ultima rata da 28,5 miliardi.

Rispetto al programma iniziale presentato dal governo Draghi, il Pnrr è stato sottoposto a 8 revisioni, a partire da dicembre 2023, che ne hanno cambiato la fisionomia, sia sotto il profilo finanziario che attuativo.

Alcune misure inizialmente previste sono state cancellate, altre ne sono state introdotte, molte modificate in corso d’opera per incassare le rate semestrali di finanziamento.

Con l’approssimarsi della scadenza finale, nell’impossibilità di realizzare tutto ciò che era stato promesso, una parte consistente della spesa, circa 24,2 miliardi riferiti a 66 misure, slitterà oltre il 2026, grazie alla messa in campo di strumenti finanziari e incentivi alle unità produttive, che riguardano soprattutto le Infrastrutture per la mobilità sostenibile, RePower EU e Rivoluzione verde.

La fotografia scattata dalla Corte dei Conti, in occasione della parificazione del Bilancio dello Stato 2025, evidenzia che la concessione di incentivi ad unità produttive è stata ulteriormente rafforzata con la revisione dello scorso novembre e ora incide per il 25% (quasi 50 miliardi di euro). Si tratta, a tutti gli effetti, di una modalità di spesa molto più facile da concretizzare, rispetto alla realizzazione di opere pubbliche che, sempre secondo la magistratura contabile, “continua ad avanzare senza ulteriori rallentamenti, ma senza recuperare i ritardi già accumulati”, con poco più di un terzo di progetti conclusi che valgono appena il 6,2% del valore finanziario. A fine febbraio la spesa rendicontata era di poco superiore alla metà di quella prevista.

Non è semplice stare dietro alle oltre 300 misure del Pnrr tra investimenti e riforme, soprattutto perché sotto il profilo della accountability, la gestione è stata fallimentare. Il sistema informativo Regis, in cui i soggetti attuatori (regioni, comuni, scuole, asl, ecc.) non senza difficoltà e lentezza inseriscono i loro dati, è partito in ritardo e, nel frattempo, i Ministeri, soggetti titolari responsabili amministrativamente della rendicontazione, si sono attrezzati con loro piattaforme, generando una sovrapposizione di informazioni non sempre riconciliabili. Il sito Italia Domani non è adeguatamente aggiornato, con gli open data più recenti sullo stato di esecuzione dei progetti che risalgono a quattro mesi fa.

Le relazioni del Governo al Parlamento, non hanno sempre rispettato la cadenza semestrale: l’ultima in ordine di tempo è stata trasmessa a dicembre 2025, ma era già superata dalle nuove richieste di modifica, poi approvate a marzo 2026.

Una coltre di nebbia avvolge, poi, il Fondo complementare, finanziato con risorse nazionali per oltre 30 miliardi destinati a integrare e potenziare i contenuti del Pnrr, con la relazione trimestrale della Rgs sugli adempimenti e le attività ferma al 31 dicembre 2023.

Rimane deluso anche chi volesse monitorare il rispetto della clausola del 40% delle risorse da destinare al Mezzogiorno, dato che l’ultima relazione prodotta dal  Dipartimento per le politiche di coesione della Presidenza del Consiglio risale a un anno fa e non tiene conto delle modifiche nel frattempo apportate al Piano.

Non è esente da pecche anche la Commissione europea, con il documento sugli Operational arangements riferito allo scorso novembre che, anziché l’Italia, restituisce la Bulgaria.

Con le informazioni al momento disponibili, l’efficacia delle azioni poste in essere con il Pnrr, desta numerose perplessità, anche alla luce delle numerose riformulazioni effettuate in corso d’opera.

In tema di giustizia, l’assunzione straordinaria di oltre 10 mila unità di personale ha consentito lo smaltimento dell’arretrato giudiziario, ma non garantisce un adeguato turn over, con il rischio concreto che i tempi dei processi inizieranno ad allungarsi di nuovo.

Il nuovo assetto della sanità, basato sulle Case della Comunità, i Centri operativi territoriali e gli Ospedali di Comunità, si scontra con le difficoltà di completamento dei lavori e di messa in esercizio nei tempi previsti.

Un analogo discorso può essere fatto per gli Asili nido e le scuole dell’infanzia, un investimento da 3,8 miliardi, che secondo la Fondazione Agnelli, resta in forte ritardo nonostante l’accelerazione degli ultimi mesi e potrebbe non risolvere gli squilibri territoriali, lasciando indietro in particolare i Comuni di minori dimensioni.

Sul piano della mobilità ferroviaria, che impegna 24 miliardi di euro di investimenti, è in corso una lotta contro il tempo per il completamento delle opere previste sull’alta velocità, i collegamenti regionali e l’ammodernamento delle stazioni, con inevitabili ripercussioni dei cantieri sul traffico ferroviario.

Le politiche attive sul lavoro sono costate 4,6 miliardi per la realizzazione del programma Gol che ha interessato più di 3 milioni di lavoratori, impegnati per lo più in attività di formazione, ma solo negli anni a venire si potrà valutare quale sia stato il ritorno in termini occupazionali e di rivalutazione del capitale umano.

L’ambito ambientale è forse quello in cui gli stravolgimenti del Piano si sono fatti sentire maggiormente, con un definanziamento di oltre 2 miliardi per il Mase e la cancellazione o il ridimensionamento di importanti investimenti sull’idrogeno, gli impianti eolici off-shore, i progetti “faro” di economia circolare, le comunità energetiche e l’autoconsumo.

Il Governo si vanta di aver rispettato finora tutte le scadenze e incassato le relative rate, ma il giudizio finale sul Pnrr non può prescindere da una valutazione su come sono stati spesi i quasi 200 miliardi a disposizione, non solo in termini quantitativi, ma anche in termini di impatto reale sullo sviluppo dell’Italia e sulla riduzione dei divari territoriali, generazionali e di genere.    

Quadro finanziario del Pnrr (miliardi di euro)

Fonte: elaborazione su Open Data di Italia Domani (i target Sud, clima e digitale sono riferiti al 30 giugno 2025)