di Franco Mostacci

Come accade ogni anno, a novembre 2025 la Commissione europea ha pubblicato la tavola statistica che riassume i valori di alcuni indicatori chiave, per ciascuno dei 27 paesi dell’Unione europea (scoreboard).
Tali numeri sono presi a riferimento per la Relazione sul meccanismo di allerta – punto di partenza dell’attività di sorveglianza per il coordinamento delle politiche economiche[1] – in cui si individuano i Paesi che saranno sottoposti ad analisi più particolareggiate e complete (in depth review) per poi formulare raccomandazioni specifiche per gli Stati in cui si riscontrano squilibri macroeconomici eccessivi[2].
La Relazione evidenzia che l’area dell’euro e il persistente surplus esterno dell’UE riflettono uno squilibrio cronico tra risparmi e investimenti, che mina il potenziale di crescita a lungo termine dell’Unione. Per i singoli Stati membri si registrano sia eccedenze che deficit delle partite correnti, e ogni situazione nasconde rischi specifici. L’aumento divergente dei livelli di prezzo e di costo negli ultimi cinque anni ha portato a un deterioramento della competitività per alcuni Stati membri, creando casi di stallo per la convergenza economica. Le famiglie hanno registrato un aumento dei redditi e una riduzione dei debiti, mentre la redditività delle aziende e la capacità di servizio del debito sono diminuite. Dal lato governativo, gli elevati deficit hanno lasciato il debito al di sopra del livello pre-pandemia in rapporto al Pil, nonostante i forti effetti sul denominatore associati all’elevata crescita nominale e alle esigenze di investimenti. Gli elevati prezzi delle case rappresentano una preoccupazione economica crescente. Il settore bancario è resiliente, ma l’espansione del mondo finanziario non bancario potrebbe essere fonte di vulnerabilità, con l’emersione di nuovi rischi.
Il monitoraggio degli squilibri macroeconomici appare un po’ farraginoso e finora, non ha prodotto molti risultati concreti[3], pur tuttavia consente di tenere sotto osservazione l’evoluzione di alcuni aspetti macroeconomici e individuare alcune criticità.
Va anche considerato che, nonostante l’attenzione posta dalla Commissione europea alla salvaguardia dell’ambiente, con gli obiettivi ambiziosi del Green New Deal e del Fit for 55%, in ordine al rispetto degli accordi di Parigi sulla decarbonizzazione, i cambiamenti climatici e la realizzazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, il quadro di valutazione è incentrato solo sugli aspetti macroeconomici, prescindendo dalla sostenibilità dello sviluppo.
Si tratta di una limitazione al coordinamento delle politiche economiche non più giustificabile, soprattutto in considerazione del fatto che il 37% dei 750 miliardi di sussidi e prestiti previsti da Next Generation EU, è impiegato in progetti di salvaguardia o recupero ambientale, la cui effettiva realizzazione andrebbe monitorata anche sotto il profilo degli squilibri tra Paesi.
La revisione del Patto di stabilità e crescita dell’UE, rappresenta poi un’occasione persa di riconsiderare gli indicatori di squilibrio macroeconomico presi a riferimento.
L’obiettivo dello scoreboard è quello di evidenziare ogni tendenza che possa determinare sviluppi che hanno – o potrebbero avere – effetti negativi sul corretto funzionamento dell’economia di uno Stato membro, dell’Unione economica e monetaria o dell’intera Unione. Se lo squilibrio diventa eccessivo può mettere a repentaglio il corretto funzionamento dell’Unione economica o monetaria.
Il meccanismo di allerta per l’individuazione e il monitoraggio degli squilibri comprende un numero ristretto di indicatori macroeconomici e macrofinanziari (13 indicatori principali e 23 ausiliari)[4].
L’attuale quadro di valutazione considera due aspetti fondamentali di un Paese (prospetto 1):
- squilibri esterni e competitività (partite correnti, posizione patrimoniale netta sull’estero, tasso di cambio effettivo reale, variazione delle quote di esportazione verso le economie avanzate, costi unitari del lavoro);
- squilibri interni e occupazione (debito pubblico, debito delle famiglie e Isp, debito delle imprese, flusso dei prestiti alle famiglie, flusso dei prestiti alle imprese, prezzi delle abitazioni, tasso di disoccupazione e tasso di attività 15-64 anni).
Prospetto 1 – Indicatori principali per tipologia di squilibrio e valore limite

Per i 13 indicatori principali sono state definite delle soglie indicative (massime e minime di allerta), superate le quali si individua una condizione di squilibrio.
Il quadro di valutazione preso a riferimento per il Semestre europeo 2025 (tavola 1) è riferito al 2024, anno caratterizzato da una bassa crescita, dovuta alla combinazione di alti tassi di interesse ed elevata inflazione[5], che hanno fatto aumentare i costi di produzione.
Il Pil dell’Unione europea è aumentato di appena 0,4%, con molti Paesi in negativo (tra cui la Germania), dopo la forte crescita dei due anni precedenti, caratterizzati dal rimbalzo dopo il crollo del 2020 per il lockdown pandemico.
Tavola 1 – Quadro di valutazione della procedura per gli squilibri macroeconomici – Anno 2024

Fonte: Commissione europea, Eurostat e DG ECFIN (per gli indicatori sul tasso di cambio effettivo reale)
In questo contesto, i Paesi Bassi e Cipro superano il valore di soglia per ben 6 indicatori su 13 (rispettivamente uno e due in più dello scorso anno), mentre Belgio, Slovacchia e Grecia ne collezionano 5. I Paesi più virtuosi nel 2024 sono stati Italia e Malta, che eccedono il limite superiore per il debito pubblico rispetto al Pil (la prima) e per la variazione triennale del costo nominale del lavoro per unità di prodotto (la seconda).
Più in generale, nel 2024 si sono registrati 93 squilibri per i 27 Stati dell’Ue (con una media di 3,5 squilibri per Paese), in peggioramento rispetto agli 85 del 2023, con un valore massimo negli ultimi 10 anni di 111 nel 2020, l’anno caratterizzato dall’emergenza sanitaria.
Quando il livello di guardia di un indicatore è superato da numerosi paesi la situazione di criticità investe l’Unione Europea nel suo complesso: è il caso della variazione triennale del costo del lavoro oltre il 9% che riguarda 24 Paesi su 27 in conseguenza dell’elevata inflazione (si salvano solo Italia, Grecia e Danimarca); del debito pubblico superiore al 60% del Pil (12 Paesi); della variazione triennale della quota di mercato delle esportazioni verso le economie avanzate (9 Paesi).
Oltre alla già citata assenza di indicatori della sostenibilità ambientale, il set considerato non è sicuramente esaustivo per monitorare il quadro macroeconomico. Basti pensare all’assenza del tasso di interesse sul debito pubblico che condiziona la sostenibilità del servizio del debito[6], di indicatori sulla situazione finanziario-patrimoniale del sistema del credito[7] o più in generale sull’esposizione finanziaria del Paese[8].
Un sistema di monitoraggio degli squilibri macroeconomici dovrebbe anche considerare le situazioni di dumping fiscale[9] e lavorativo, che alterano le pari opportunità di sviluppo delle economie europee.
Le modifiche apportate al set di indicatori principali di squilibrio macroeconomico, introdotte a partire dalla presente edizione, non sembrano particolarmente efficaci a colmare i vuoti esistenti.
Eccezioni possono essere mosse anche rispetto alla qualità degli indicatori, atteso che non tutti derivano da statistiche omogenee derivanti dall’applicazione di un regolamento comunitario[10] o all’esistenza di correlazioni tra alcuni di essi.
Inoltre, non sembrano essere presi in debita considerazione gli effetti negativi di trasmissione sugli altri paesi dei guadagni di competitività registrati da alcuni per effetto di condizioni favorevoli o di una legislazione non uniforme.
Quali che siano le potenzialità e i limiti dell’attuale monitoraggio degli squilibri eccessivi, resta, comunque, il fatto che le tavole con gli indicatori non si prestano a facili raffronti tra paesi.
Considerando il solo numero di violazioni, non è possibile determinare quale Paese ha una situazione macroeconomica migliore, misurare l’intensità dello squilibrio o comprendere se un Paese sta migliorando o peggiorando nel tempo la propria situazione. L’Italia ha solo un indicatore fuori norma, ma viene ugualmente sottoposta tutti gli anni alla in depth review. Al contrario Cipro, che presenta ben 6 valori oltre la soglia, al di là delle sue modeste dimensioni, non sarà oggetto di ulteriore indagine sull’entità e pericolosità dei propri squilibri.
Per avere una valutazione caratterizzata da una maggiore oggettività, è possibile elaborare un indice sintetico di squilibrio macroeconomico, attribuendo un punteggio ad ogni Paese[11]. L’indicatore sintetico può essere considerato come uno strumento supplementare per controllare se le scelte effettuate dalla Commissione siano coerenti con lo sguardo d’insieme.
Il valore medio ottenuto sintetizza l’ampiezza dello squilibrio e può essere usato per il confronto con gli altri paesi (in termini di differenze o di ranking) o per valutarne l’evoluzione nel tempo.
Attraverso l’indicatore sintetico è possibile anche acquisire ulteriori elementi utili a valutare quale paese sottoporre ad analisi approfondita (in depth review).
A seconda del punteggio (tavola 2), i Paesi sono classificati in tre livelli di squilibri: assente (verde), presente (giallo) e eccessivo (rosso)[12].
Rispetto al 2023, la situazione degli squilibri si è deteriorata: i valori positivi sono 8 (6 in meno dello scorso anno), 15 quelli in cui è presente uno squilibrio moderato (10 in più), mentre sono 4 le situazioni di squilibrio eccessivo (erano 5 nel 2023).
Tavola 2 – Indice sintetico di squilibrio macroeconomico – Anni 2015-2024

Fonte: Elaborazioni su dati Commissione europea
Al primo posto nel 2024 troviamo l’Italia, che conferma il primato dello scorso anno, dopo essere stata in eccesso di squilibrio nel 2020-2021. Al secondo posto la Slovenia, seguita da Malta. Non presentano squilibri considerevoli (fascia verde) anche la Repubblica Ceca, Francia, Austria, Danimarca e Spagna.
Analizzando l’intera decade, la tavola rispecchia abbastanza fedelmente le situazioni di criticità di alcuni paesi europei. Grecia, Cipro e Irlanda hanno vissuto una situazione di squilibrio macroeconomico grave e persistente dal 2015 al 2017-18, per gli strascichi della crisi finanziaria del 2008 e dei debiti sovrani (2010-2011). Nel 2019, gli effetti della ripresa economica hanno normalizzato molte situazioni che in precedenza erano maggiormente a rischio (nessuna situazione di grave squilibrio con punteggio superiore a 100). In Grecia, la situazione è poi precipitata nel 2020, l’anno della crisi pandemica, per recuperare negli ultimi tre anni, pur senza uscire dalla fascia peggiore. Gli effetti dell’inflazione, si sono fatti sentire negli ultimi due anni e nel 2024 la situazione si è particolarmente deteriorata in Lussemburgo (media di 117, 50 punti più del 2023), Estonia (24 punti in più) e Slovacchia (15 punti in più).
Nel 2024 il punteggio medio (80) è peggiorato di 8 punti rispetto al 2022, toccando il valore più alto dell’ultimo decennio, ad eccezione del 2020 (figura 1).
Figura 1 – Punteggio standardizzato medio per appartenenza o meno all’Eurozona – Anni 2015-2024

Fonte: Elaborazioni su dati Commissione europea
Tra il 2015 e il 2024, i Paesi dell’Eurozona presentano una situazione di squilibrio superiore a quelli che non hanno ancora adottato la moneta unica, anche per il fatto che in due indicatori la soglia per i Paesi No Euro è più favorevole. Fino al 2019, lo squilibrio dei No Euro è rimasto costante, mentre nell’area Euro scendeva. Il divario massimo rispetto ai Paesi no Euro è stato di 43 punti nel 2020, come se la mancata adozione dell’Euro avesse consentito una maggiore resilienza dell’economia all’effetto Covid. Nei due anni successivi il divario si è ridotto e nel 2024 la differenza è ancora più bassa, a conferma che la moneta unica si è rivelata una protezione più efficace contro il rischio inflattivo.
In generale l’Eurozona soffre particolarmente gli squilibri interni e relativi all’occupazione (soprattutto debiti del settore privato e debito pubblico), mentre gli altri Paesi hanno punteggi maggiori sugli squilibri esterni e la competitività, principalmente riguardo al tasso di cambio effettivo e al costo del lavoro.
Nel 2024 si è registrata una diminuzione degli squilibri per la posizione patrimoniale netta sull’estero e per il tasso di attività, mentre la situazione si è deteriorata soprattutto per il costo del lavoro, i debiti delle imprese, i prezzi delle abitazioni, la quota di export mondiale e i crediti concessi alle famiglie.
Nel 2024, l’indicatore sintetico di squilibrio macroeconomico varia tra i 47 punti dell’Italia e i 128 dell’Estonia (figura 2).
Figura 2 – Punteggio standardizzato per tipologia
di squilibrio per il 2024 e confronto con il 2023

Fonte: Elaborazioni su dati Commissione europea
Sono 6 i Paesi che nel 2024 hanno ridotto il proprio squilibrio complessivo, in particolar modo la Lettonia (da 141 a 100), l’Irlanda (da 109 a 83), Malta (da 71 a 53), Lituania, Repubblica Ceca e Francia, mentre la maggior parte dei Paesi è in arretramento (punteggio più alto rispetto allo scorso anno).
Tavola 3 – Graduatoria dello squilibrio macroeconomico – Anni 2015-2024

Fonte: elaborazioni su dati Commissione europea (in marrone chiaro i paesi che non appartengono all’eurozona)
Nella graduatoria dello squilibrio economico (tavola 3), al primo posto si conferma per il secondo anno l’Italia, che era stata nelle prime posizioni solo nel 2018-19, per poi sprofondare nel 2020-21 in fondo alla classifica, in coincidenza con l’emergenza pandemica.
Al secondo posto la Slovenia, sempre ai primi posti, con squilibri eccessivi nel costo del lavoro e nel debito pubblico.
Sale al terzo posto Malta (recupera 11 posizioni), che dopo il 2017 era arretrata nelle parti basse della graduatoria e presenta uno squilibrio legato al costo del lavoro.
La Germania, che era al primo posto nel 2011, si trova ora in dodicesima posizione, un po’ peggio dello scorso anno, con tre squilibri eccessivi, la quota di mercato delle esportazioni (-9,3% in tre anni), il costo del lavoro e il debito pubblico, mentre si è ridotto entro il limite massimo del +6% lo storico avanzo della bilancia commerciale, che ha causato fino al 2021 grossi problemi di competitività agli altri partner europei.
Recupera due posizioni la Francia (al 5° posto), nonostante i 4 squilibri (costo del lavoro, debito pubblico, debito delle famiglie, debito delle imprese).
Nelle ultime 6 posizioni si trovano solo Paesi dell’Eurozona, mentre tra i Paesi No Euro i maggiori squilibri si registrano in Romania.
Nel 2024 l’Italia (tavola 4) conferma il risultato dello scorso anno, pur conseguendo un punteggio medio aggregato leggermente maggiore del 2023.
Tavola 4 – Punteggio standardizzato per indicatore di squilibrio macroeconomico – Italia – Anni 2015-2024

Fonte: elaborazioni su dati Commissione europea
A pesare è come sempre il debito pubblico (134,9% del Pil), pari a 2,25 volte la soglia del 60%, unico superamento di soglia nel 2024, ma comunque giudicato sufficiente dalla Commissione europea per tenere l’Italia sotto osservazione approfondita.
Segnali di miglioramento si colgono nel tasso di cambio effettivo reale e nella media triennale del tasso di disoccupazione, sceso al 6,5% rispetto al 12% del 2015.
In peggioramento nel 2024, la quota di mercato mondiale delle esportazioni di beni e servizi (-0,8% rispetto a tre anni prima); il costo nominale del lavoro, cresciuto del 8,5% negli ultimi 3 anni, ma in misura di gran lunga inferiore a quello della media europea[13]; i prezzi delle abitazioni cresciuti in un anno del 3,2%.
Gli squilibri interni e quelli relativi all’occupazione continuano a rappresentare i fattori preponderanti che spiegano il 76% del punteggio medio nel 2024, in calo rispetto all’84% del 2023. Su tutti il debito delle amministrazioni pubbliche, ma anche il livello di disoccupazione (ai minimi del decennio) e il debito del settore privato (famiglie e imprese).
Conclusioni
Sebbene lo scoreboard abbia natura puramente indicativa e vada letto insieme ai restanti indicatori ausiliari e al quadro macroeconomico attuale, l’individuazione di squilibri eccessivi e la adozione di conseguenti misure correttive, possono trarre giovamento dalla trasformazione degli indicatori in un punteggio unico standardizzato per paese.
La decisione della Commissione europea di inviare un paese ad una analisi approfondita successiva, anziché su una base discrezionale motivata, come avviene ora con la Relazione sul meccanismo di allerta[14], potrebbe essere ricondotta a criteri più oggettivi come l’indice proposto, aggiungendo – se del caso – un peso legato all’importanza di ciascun indicatore rispetto agli altri[15].
In un’ottica di sviluppo sostenibile, la valutazione dovrebbe anche includere indicatori sui risultati conseguiti in termini di decarbonizzazione dell’economia e più in generale nel contrasto ai cambiamenti climatici e alla protezione dell’ambiente.
Il superamento di un punteggio medio superiore a 70 (zona gialla o rossa), l’aumento rispetto all’anno precedente (deterioramento dello squilibrio), il peggioramento relativo rispetto agli altri paesi (perdita di posizioni nella graduatoria), sono tre fattori che, grazie all’indicatore sintetico, evidenziano, presi singolarmente o nel loro insieme, la necessità di approfondire le cause di squilibrio e le conseguenze sull’economia del paese o dell’intera Unione europea.
Nel 2024, si fanno sentire gli effetti della spinta
inflazionistica, che si riflette soprattutto in un aumento del costo del
lavoro, una perdita del tasso di cambio effettivo maggiore per i Paesi non
euro, i prezzi delle abitazioni. Le tensioni geopolitiche internazionali si
riflettono sulla quota di esportazioni che si è ridotta in molti Paesi. Tenendo
conto dell’insieme dei 13 indicatori, lo squilibrio è mediamente aumentato, anche
se i Paesi finiti in squilibrio grave sono solo 4, uno in meno dello scorso
anno.
L’Italia,
che aveva pagato nel 2020 uno dei prezzi più alti della pandemia in termini di
squilibri macroeconomici, passando da 49 a 136 punti (squilibrio grave), ha
recuperato nell’ultimo biennio e nel 2024, con 47 punti mantiene il primo posto
in graduatoria.
[1] I regolamenti per la governance economica previsti nel pacchetto normativo “six pack” del 2011, definiscono anche la procedura per gli squilibri macroeconomici (Semestre europeo).
[2] Nell’attuale ciclo di sorveglianza la Commissione sottoporrà ad esame approfondito 7 Stati membri: Grecia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia e Svezia.
[3] I dati macroeconomici presi in considerazione sono riferiti all’anno 2024, diffusi alla fine del 2025 e valutati all’interno del cosiddetto semestre europeo 2026. Sebbene si tratti in alcuni casi di valori di tendenza, che non presentano forti oscillazioni, questo sfasamento temporale – di cui comunque si tiene conto nella formulazione dei giudizi – può rappresentare un ulteriore limite del processo di sorveglianza.
[4] Il numero e la natura degli indicatori principali è cambiato dal 2023, come anche in alcuni casi le soglie di riferimento.
[5] Per contrastare l’inflazione la Bce ha intrapreso una politica monetaria restrittiva, con un primo aumento del tasso di interesse da 0 a 0,5% a luglio 2022, poi divenuto 1,25% a ottobre, 2% a novembre, 2,5% a dicembre, 3% a febbraio 2024, 3,5% a marzo, 3,75% a maggio, 4% a giugno, 4,25% ad agosto e 4,5% a settembre. Solo nel 2025 è stato avviato un graduale percorso di riduzione.
[6] Tale dimensione poteva essere rappresentata attraverso lo spread, cioè il differenziale di rendimento rispetto ai Bund decennali della Germania degli omologhi titoli di stato nazionali oppure mediante il tasso di interesse implicito (nominale o reale), cioè il rapporto tra gli interessi corrisposti in un anno e lo stock di debito pubblico alla fine dell’anno precedente.
[7] Si potrebbe utilizzare un indicatore sull’entità dei crediti deteriorati (Non-performing loans).
[8] Con la revisione effettuata è stato eliminato l’indicatore relativo alla posizione patrimoniale netta sull’estero per la difficoltà di definire una soglia significativa e nella consapevolezza che esistono presso la Bce altri meccanismi di sorveglianza per il settore finanziario. Non è stato preso in considerazione il suggerimento contenuto in Montella e Mostacci, (2018) di utilizzare il saldo dello stock dei conti finanziari nei confronti del Resto del mondo rapportato alle passività finanziarie o lo stock di passività finanziarie rapportato al Pil o al Patrimonio netto.
[9] E’ emblematico il caso dell’Irlanda che offre condizioni fiscali particolarmente favorevoli alle multinazionali che collocano lì la loro sede europea, facendo confluire sotto forma di royalties gran parte dei profitti realizzati nei singoli Paesi dell’Unione.
[10] La scelta degli indicatori non è stata fatta in sede Eurostat ma c’è stato un coinvolgimento degli statistici sulla valutazione della disponibilità e confrontabilità degli indicatori.
[11] La metodologia utilizzata consiste nello ‘standardizzare’ i 13 indicatori, assegnando un valore uguale a 0 in assenza di squilibrio e graduando in maniera crescente i valori in maniera tale da avere un punteggio uguale a 100 in corrispondenza della soglia di riferimento. Un punteggio prossimo a 100 indica che si sta per raggiungere o superare la soglia, uguale a 200 che si è sforata del doppio la soglia. Il punteggio standardizzato si ottiene effettuando il rapporto tra il valore dell’indicatore e la soglia indicativa e moltiplicando il risultato per 100. Per i due indicatori che presentano un intervallo di soglia compreso tra un valore negativo e uno positivo, è stato assegnato un punteggio uguale a 0 in corrispondenza del valore centrale dell’intervallo e valori crescenti in entrambi le direzioni. Per il saldo delle partite correnti si ha 100 sia che si abbia un disavanzo del 4%, sia che si abbia un avanzo del 6% (in questo caso è stata utilizzata la differenza relativa anziché il rapporto). Per avere un punteggio sintetico di ciascun Paese si calcola la media aritmetica semplice dei punteggi standardizzati dei 14 indicatori.
[12] I valori soglia di riferimento per i tre livelli di criticità (assente 0-70, presente 70-100 e eccessivo >100) sono stati definiti in coerenza con la decisione a suo tempo presa dalla Commissione Europea nel 2015, nella scelta di Paesi da sottoporre ad analisi approfondita.
[13] La conseguente perdita di potere d’acquisto delle famiglie italiane rispetto alle altre, non è un indicatore considerato.
[14] Nonostante i miglioramenti conseguiti e l’esistenza di un solo squilibri, l’Italia anche quest’anno è stata rinviata alla In-depth review per stabilire l’esistenza di squilibri macroeconomici più o meno eccessivi. La decisione presa dalla Commissione europea si basa, evidentemente, sulla necessità di mantenere alta l’attenzione sul debito pubblico dell’Italia, che può rappresentare una minaccia per la stabilità dell’Unione europea.
[15] Se, ad esempio, si ritiene che il rapporto debito/Pil debba avere più importanza degli altri indicatori, si può costruire una specifica media aritmetica ponderata, anziché semplice. Tuttavia, in assenza di riscontri oggettivi, l’attribuzione di un peso maggiore a uno o più indicatori, può introdurre elementi di arbitrarietà e per questo motivo l’indicatore sintetico è basato sulla media aritmetica semplice. Il peso dovrebbe tenere conto anche delle correlazioni esistenti tra taluni indicatori.